
Alla ventinovenne nigeriana Helen A., proprio non va giù che non possa vivere alcuni usi della sua terra natia: «qui è impossibile metterli in pratica. Troppi ostacoli. Per fare un esempio molto semplice, in occasione delle grandi festività religiose o tradizionali, è un nostro uso immolare il montone e cucinarlo. E' logico - continua l'immigrata sub-sahariana, con tono concitato- che, vivendo in appartamenti situati spesso ai piani rialzati, l'uccisione dell'animale avvenga fuori dall'edificio intanto per non sporcare, e che scorrano rivoli di sangue quando viene decapitato l'animale. Ma questo scatena sempre la rabbia dei vicini, come se temessero che ammazziamo persone. In più, non appena si comincia a bruciare la carne sul fuoco per togliere i peli, sale un coro di lamentele dai vicini per l'odore che n'emana. Dicono che è fastidioso. Ci danno del selvaggio. Che dobbiamo fare? Comprare carne in scatola per le nostre ricorrenze festive?».
Storie di piccole e grandi frustrazioni soffocate, qualche volta con risvolti particolarmente commuoventi come il dramma patito da Monique B., una bella signora bantù di mezz'età trapiantata in Italia da circa 14 anni. Qualche anno addietro, le tenebre calano sulla sua vita di donna coniugata: il marito le viene strappato nel corso d'un incidente sulla strada.
Un momento difficile, reso ancor più doloroso perché Monique non osserva fino in fondo lo schema di lutto vedovile in vigore nella sua comunità in patria: «la tradizione della mia etnia vuole che io, come vedova, viva il lutto per nove giorni consecutivi nell'isolamento, senza lavarmi, senza uscire, a contatto solo con le donne. Al mio datore di lavoro, era stato davvero difficile, se non impossibile, far capire che avevo bisogno di parecchi giorni per stare alle mie tradizioni funerarie. In più, dopo pochi giorni sono stata costretta a uscire di casa, mio malgrado, per andare all'istituto di medicina legale per il riconoscimento della salma. Avevo cercato disperatamente di mandare amici al mio posto, ma non c'era nulla da fare: ci voleva la mia presenza. Così ho dovuto lavarmi ed uscire. Ho rotto un tabù!», conclude amareggiata.
Storie, queste, ricorrenti che raccontano d'immigrati sempre più alle strette tra il martello costituito dalle proprie tradizioni etniche e l'incudine rappresentato dalle ferree regole della vita civile del paese di accoglienza. Un conflitto che si risolve solo al prezzo di sofferte rinunce, per badare all'essenziale: il giusto equilibrio che ognuno deve saper raggiungere.
Jean Renè Bilongo




